19 maggio 2014

Ciao, caro "Diavolo"!

Se ne è andato anche il "Diavolo". Al secolo Silvano Rigali, fotografo storico della Valle del Serchio, figlio d'arte di babbo fotografo dei primi del 900, chiamato "Diavolo" perchè scattava le foto da sotto un cencio nero abbagliando con il flash al magnesio. 
Ha resistito il suo negozio fino a pochi anni fa, fino a che il fisico glielo ha permesso. 
Amava la fotografia, quella "fatta bene" senza troppe esagerazione, il bianco e nero con tante tonalità di grigio, i mezzitoni. 
Da bambino mi ci portava mio padre, in quel negozio misterioso, da dove dientro una tenda arrivava il Silvano che ti faceva tanti discorsi, sotto lo sguardo premuroso di sua moglie, compagna di vita.
La prima macchina, una polaroid Zip in bianco e nero me l'ha comprata mio babbo da lui. Come da lui ho comprato la mia prima reflex, per i diciotto anni, una Konica TC. Aveva tante macchine antidiluviane, per lui il tempo non passava. Io ci crescevo, in quel negozio. Non c'era settimana che non avessi un rullino di dia da sviluppare;  parte della sua pensione penso di avegliela pagata io...
Come gli arrivava un depliant di una macchina fotografia nuova, cercavo di fregarglielo ".. no, quello no, ne ho solo uno...."
E poi stavi a lungo a parlare con lui, ti spiegava tante cose di fotografia, a quel tempo (anni 80) non c'era internet. E ti parlava dei negativi, la moglie che spuntinava tutte le fotografie a colori che gli arrivavano dai laboratori. 
E la sua passione tra tante macchine, la Leica. Una volta me la prestò. Una leica M2 con il 35 summaron 2,8 per breve tempo. Più volte mi ha detto che sono stato l'unico a cui ha prestato quella sua macchina. 
E da lui ho comprato il mio primo obiettivo Leica, un 50/2 summicron che montavo con un anello Benatti (un altro monumento della fotografia degli anni 80) sulla mia Konica.
Poi dopo tante diapositive iniziai a fare per conto mio il bianco e nero, e del fotografo (negozio) ne ebbi meno bisogno. Però tutte le volte che passavo davanti al suo negozio, con ancora in vetrina le macchine degli anni 80, mi faceva un tuffo al cuore. 
In tutti gli anni che l'ho frequentato non si volle mai fare fotografare. Salvo una volta di quattro anni fa, che capitai nel suo negozio prima di Natale, per fargli gli auguri, e improvvisamente, così, accettò di farsi fotografare prima da solo, e poi insieme a sua moglie. 
A gennaio trovai il negozio chiuso. Si era arreso agli anni ed a un modo (mondo) di fare fotografia che non gli apparteneva più.
Sono stato a trovarlo l'anno scorso. Tra i vari discorsi mi ricordava quando intorno agli anni novanta tornando  dalle cave di marmo per  portagli i rullini a sviluppare, lasciavo tutta una serie di impronte bianche degli scarponi nel negozio. In quell'occasione gli portai  la foto di lui e sua moglie fatta nel negozio. Mi chiese quanto mi doveva dare... ovviamente niente, era un regalo; un piccolo contraccambio per la passione che mi aveva trasmesso, i tanti grandi sogni che mi aveva permesso di fare....
Sabato se ne è andato. Silenzioso. Dopo una vita passata in mezzo alla gente. 
La chiesa era piena; è sempre un buon segno, vuol dire che nella vita una persona ha seminato tanta amicizia.
Ciao caro Silvano, mi mancherai. E grazie.

25 gennaio 2014

"Il Palazzo Pretorio di Matteo Civitali in Lucca"

A dicembre 2013 è stato presentato un libro che racconta tramite documenti e fotografie d'epoca e attuali la storia del Palazzo Pretorio di Matteo Civitali in Lucca.
Il volume, edito dalla casa editrice lucchese Maria Pacini Fazzi Editore è stato scritto da Osvaldo Nieri e Giovanni Pacini, grazie alla volontà e contributo dell'Autorità di Bacino Pilota del Fiume Serchio e la Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia.
Le foto del libro sono di Gabriele Caproni, Paola Manfredini, Lucio Ghilardi, Archivio Fotografico Lucchese "Arnaldo Fazzi", mentre i documenti storici provengono dall'Archivio di Stato di Lucca e dall'Archivio Storico Comune di Lucca.

Dall'introduzione del Dott. Raffaello Nardi (Segretario Generale Autorità di Bacino Pilota del Fiume Serchio) e Dott.Alessio Colomiciuc (Presidente della Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia)

“Cuore della città sin dall'epoca romana, Piazza S. Michele è l'area dove è ubicato il Palazzo Pretorio e dove da sempre si sono concentrate le principali funzioni pubbliche e private della città.
Gli autori di questo volume presentano, attraverso documenti inediti, la varie fasi della sotria della fabbrica della Loggia e del Palazzo dimostrando che il progetto originario del Palazzo fu opera di Matteo Civitali.
La ricostruzione documentaria, per quanto laboriosa e lunga, come dichiarano gli autori stessi,  è stata premiata però da questa acquisizione che riconferma il Palazzo del Podestà fra gli edifici più prestigiosi della città, legandone la storia politica a quella artistica e architettonica.
Un volume che accompagna il lettore alla scoperta delle vicende che nel corso dei secoli hanno unito strettamente il Palazzo alla città e alla piazza San Michele, dove storia, arte, cultura, commerci e finanza si sono intrecciate fino ai nostri giorni.”



18 gennaio 2014

Test Elmar 90/4 C: poco costoso, molto dignitoso.

Negli anni 70 la Leica si trova ad affrontare la prima grande crisi  dopo i fasti del dopoguerra. Dominatrice dei mercati con le macchine a telemetro nei primi anni 60, l'egemonia di Leica viene via via scalzata dai nuovi modelli reflex giapponesi, che iniziano ad imporsi presso i consumatori e i fotografi professionisti.
Superata nella visone diretta attraverso l'obiettivo (il fotografo non doveva più immaginare l'inquadratura), superata nell'esposimetro (era incorporato nella macchina e non occorreva più il Leicameter esterno), superata nella disponibilità di ottiche (con la telemetro non si andava oltre il 135 a meno di non usare l'ingombrantissino Visoflex), la Leica a telemetro rimaneva uno strumento immediato e indistruttibile, ma i vantaggi delle reflex si facevano sentire. 
In ritardo di anni Leica nel 1965 propone la Leicaflex, già superata al momento dell'uscita a causa del suo esposimentro esterno pur essendo costruita con standard qualitativi sconosciuti all'industria giapponese. Per rimediare esce nel 1968 la SL, seguita dalla SL2 nel 1974. Nel contempo (1973) viene offerta sul mercato la leica CL, una macchina a telemetro più piccola e soprattutto  meno costosa della  Leica M5 (1971-1975), la prima macchina a telemetro con esposimetro incorporato (corpo più grande con cellula posta su di un braccio retrattile).
All'epoca per recuperare il costo di produzione di una Leicaflex SL occorreva vendere circa 2 obiettivi e mezzo. Era una lotta impari contro l'irrompente offerta di prodotti giapponesi, che nei modelli di punta avevano poco da invidiare alla robustezza delle macchine teutoniche.
Inizia così una collaborazione con Minolta per la produzione della CL e di due ottiche, il 40/2 summicron e il 90/4 Elmar C. Ne viene progettata anche un'altra, il 40/2,8 Elmarit, ma dopo una iniziale produzione di circa 400 pezzi non si da seguito alla commercializzazione. Oggi sono molto costosi, ed appartengono al mercato del collezionismo. La Cl è una macchina molto compatta, e permette di avere un corredo minimale dentro una piccola borsa. Tuttavia sulla Cl era possibile utilizzare parte delle ottiche che erano state progettate per le Leica tipo M, pur avendo una base telemetrica più ridotta, che comportava delle inesattezze di messa a fuoco con obiettivi luminosi o con focale tipo 90 mm. La macchina ha al suo interno le cornicette per il 40, 50 e 90 mm.
Minolta da parte sua mette in produzione il Rokkor 40/2 che andrà a corredare la Minolta/Leica CL e successivamente, con un trattamento antiriflesso migliorato, la Minolta CLE, la prima macchina fotografica a telemetro che leggeva la luce su di un particolare disegno della tendina dell'otturatore, metodo ripreso nel 1984 dalla Leica M6.
Per la Minolta CLE verrà prodotto anche un 28/2,8 e un 90/4 stretto parente del 90/4 C di Leica. Questi obiettivi non hanno nulla da invidiare agli omologhi tedeschi. Tanto che le cornicette della CLE sono riferite proprio al 28,40 e 90, pur con delle limitazioni nell'utilizzo degli obiettivi Leica M, sia per la corta base telemetrica che per la struttura di certi obiettivi che andavano a tappare la finestrella del telemetro.
Dopo questi cenni storici che ci permettono di inquadrare il momento in cui viene disegnato e prodotto il 90/4 C entriamo nel vivo dell'argomento del post.
Prodotto dal 1973 al 1977 è stato uno dei modelli meno cari tra i 90 mm. offerti da Leica. Dotato di paraluce in gomma avvitabile è molto compatto. 
A tutta apertura l'obiettivo mostra una buona costanza di qualità sul campo inquadrato, con tuttavia un visibile deterioramento agli angoli dell'inquadratura nei particolari fini, mentre il macrocontrasto rimane molto buono su tutto il campo. Una lieve vignettatura affligge comunque gli angoli.
Chiudendo un diaframma, quindi a 5,6, si denota un innalzamento generalizzato delle contrasto e soprattuto del microcontrasto, anche se l'obiettivo soffre di astigmatismo via via che ci si allontana dal centro, con una riduzione del microcontrasto sensibile verso le zone esterne.


Al centro l'ottimizzazione della qualità la raggiungiamo intorno a diaframma 5,6/8, mentre verso f 11 sembra apparire leggermente l'effetto della diffrazione che diventa evidente a f 16.
 Nella zona mediana interna sil miglior diaframma è indubbiamente f 8, con f 5,6 e f 11 che esprimono la stessa qualità visiva, mentre a f 16 e f 22 il microdettaglio tende a divenire flou.

Nella zona esterna, senza arrivare agli angoli, ancora una volta il miglior diaframma è f 8, con lo stesso giudizio espresso per la zona mediana interna in relazione agli altri diaframmi.

Negli angoli la qualità fa fatica a salire e bisogna arrivare a f 11 per ottenere il miglior compromesso come qualità, che non arriva mai al livello delle altre zone; f 8 lascia l'immagine leggermente "striata".
 Da questa analisi possiamo concludere che l'obiettivo se la cava particolarmente bene a f 5,6 e 8 per soggetti nella zona centrale allargata, mentre occorre chiudere a f 11, sacrificando leggermente la zona centrale per otterere una omogeneità di resa su tutto il fotogramma.

A titolo di pura curiosità segue un confronto con un concorrente diretto, il 90/4 III lenti e un super concorrente, il 90 APO Summicron. Per verificare cosa è successo negli ultimi anni, mentre i due 90 più anziani sono chiusi a diaframma f 8 (il loro ottimale), la foto presa in esame con l'APO-Summicron è scattata a f 2. Se al centro sembra cedere qualcosa, agli angoli a f2 surclassa di gran lunga i due progenitori!

Concludendo, il 90/4 C se la cava molto bene chiudendo uno  o due diaframmi per raggiungere il picco di qualità senza che la diffrazione si faccia sentire. Il confronto con il 90/4 III lenti lascia senza vinti e vincitori, soprattutto per un uso normale (e per normale intendo una foto stampata 30x45  e non una visione a pelo al 100% al monitor). Rimane una sostanziosa diffferenza di prezzo. Per 300 euro (mediamente) è difficile trovare un altro 90 mm leica che tuttavia permette di ottenere immagini di ottima qualità.
Come al solito per concludere qualche fotografia scattata con il 90/4 C.
Leica MM - 6400 ISO

7 gennaio 2014

In attesa della Befana

E' sera, dopo cena. 
L'orecchio è attento al più piccolo rumore, l'attesa è densa di emozione; ogni minimo tintinnio mi fa sussultare, aspetto con ansia lo scampanellio che annuncia la sua venuta:
è la sera della Befana. 
Sono mesi che l'attendo. Da tempo ho scritto la lista dei regali desiderati e ho imbucato la letterina (almeno mamma mi ha assicurato d'averlo fatto!), mi ha proprio aiutato la mamma a scriverla, tenendo la mia manina; spero proprio che trovi tutto quello che desidero, non si sa mai, in questi tempi di crisi.
La Befana sicuramente ha  visto  che mi sono comportata bene, non ho detto bugie, ho aiutato la mamma e il babbo quando me lo chiedevano, non ho litigato con il mio fratellino... almeno non più di tanto.
Non vedo l'ora di sentire lo scampanaccio che annuncia la sua venuta, della vecchietta che la sera del 5 gennaio, a cavallo della sua scopa,  porta i regali a noi bambini... penso che abbia degli aiutanti, non so altrimenti come faccia a portare i regali  a tutti.
L'ho vista l'anno scorso, nella sua casina di montagna, mi ci ha portato papà. 
Mi ha regalato delle caramelle.
Ora sono qui che l'aspetto, guardando nel buio.
Mio fratello mi ha detto che la Befana ha un  suo segreto. Ed è un segreto terribile, perchè se un bambino lo scopre lei non si fa più vedere... mai più. 
E forse è per questo che ai grandi non porta più i regali: hanno per forza voluto saperlo, il segreto della Befana... 
Perchè i grandi vogliono sempre sapere tutto, capire ogni cosa, fare i conti su tutto, smettere di sognare...
Forse sarebbe bene che i grandi, in qualche angolino della loro testa, rimanessero un pochino bambini come me....  



23 dicembre 2013

Summicron M 35/2 asph: test confronto con il Summilux M 35/1,4 FLE

La domanda che da sempre ha afflitto chi utilizza i sistemi Leica è stata ed è: "Meglio il Summicron o il Summilux?". Cercheremo di dare una risposta con questo test. Che naturalmente va presa per quello che è, un test sul campo senza pretese di verità assoluta. Intanto un distinguo: bisogna sempre capire a cosa serve l'obiettivo che utilizziamo, a che tipo di fotografia è destinato. Se il nostro campo di azione è prevalentemente il reportage a luce ambiente, allora il diaframma in più è sempre necessario, perchè una volta raggiunto il limite degli iso della nostra macchina fotografica, rimane solo l'apertura di diaframma. Nessuna Leica è stabilizzata, al contrario della maggior parte delle macchine digitali/obiettivi moderni, ma occorre ricordare che la stabilizzazione agisce solo su chi scatta la fotografia, non sul soggetto fotografato: se questo si muove, solo un tempo di otturazione adeguato ne permette una resa fotografica nitida, e quindi occorre, se la luce è poca, utilizzare il diaframma più aperto possibile.

Fatto questo inciso, ripercorriamo un attimo le tappe storiche di questo obiettivo.
Prodotto per la prima volta nel 1958 con uno schema a 8 lenti, poi cambiato per ragioni prettamente economiche in uno schema 6 lenti, nel 1979, mutuando lo schema dal  Summilux 35/1,4, viene
proposto in una versione 7 lenti, che sarà definito dagli americani "King of Bokeh" , fino alla versione attuale presentata nel 1997, con una lente asferica e le lenti anteriori e posteriori concave come il mitico 35/1,4 Aspherical, ed il gruppo posteriore molto pìù "massiccio" di quello anteriore, caratteristica questa costante anche nei futuri obiettivi della casa madre nel range di focale 35-50 (Vedi l'ultimo 50 APO Summicron).
La lente asferica non è molata, ma prodotta utilizzando un sistema a pressa su del vetro fuso; questo metodo permette di ottenere lenti asferiche con un costo contenuto di produzione rispetto alle lenti in vetro molato, con un solo limite nel diametro delle stesse (tecnologia del 1993).
L'utilizzo di lenti asferiche è sempre stato un vanto di Leica (ricordiamo il Noctilux del 1966), ed oggi sono diffuse in moltissimi obiettivi di pregio di molte marche. Leica, come sempre, nel campo ottico è stato un precursore, ed i suoi obiettivi molto spesso erano avanti di circa dieci anni sulla concorrenza. Oggi essere in netto vantaggio è più difficile, in quanto tecnologie  di fabbricazione e mescole di vetri sono a disposizioni di tutti. Rimane una considerazione commerciale: solo Leica ha il nome e la fama  (insieme a Zeiss) per poter proporre sul mercato obiettivi a costo doppio o triplo rispetto alle altre
Foto Leica Press Relase
case produttrici, con prestazioni di targa simili, anche se ancora oggi un obiettivo Leica o Zeiss hanno quel "non so che" in più che li distingue dalla concorrenza. Bisogna tuttavia notare che in post produzione certi risultati qualitativi possono essere modificati o livellati in modo da rendere indistinguibile la resa di un obiettivo rispetto ad un altro. Tornando al 35 mm Summicron Asph questo è stato prodotto in diverse finiture, dalla classica anodizzata nera alla finitura cromata, una finitura laccata nera molto ricercata ed anche in tianio per la leica M6 TTL. Da rilevare l'aumento di peso rispetto alla versione precedente, particolarmente dovuto alla montatura che risulta molto più massiccia.

Passando dagli aspetti estetici a quelli pratici possiamo denotare che  i risultati sono estremamente performanti già da tutta apertura. Soprattutto al centro la qualità è estemamente buona, riducendosi in maniera graduale mentre scivoliamo verso gli angoli, che sono qualitativamente in ritardo. La vignettatura è molto contenuta.


Chiudendo un diaframma,  a f 2,8 abbiamo un naturale innalzamento della qualità, soptrattutto nella bolla centrale, mentre il campo medio esterno rimane afflitto da astigmatismo, per poi riscendere verso i bordi; il contrasto è ottimo  su tutto il campo. La vignettatura diventa impercettibile.


Al diaframma di lavoro f 5,6 la qualità si estende su tutto il campo inquadrato, rimanendo leggermente incerta negli angoli. Tutto questo comunque non è visibile su stampe fotografiche.


Andando a vedere la zona centrale ai vari diaframmi possiamo osservare come la qualità sia costantemente buona con tutti i diaframmi, non rendendo necessario diaframmare per ottenere una ottima immagine, pur essendo a TA l'immagine lievissimamente flou, ma solo se confrontata con le quelle prodotte ai diaframmi successivi.


Nel campo medio centrale si osserva ancora il buon andamento della qualità, che raggiunge il suo apice a f 4, vero diaframma di lavoro. A f 2 l'immagine è perfettamente utilizzabile, anche se leggermente meno ricca di dettagli.


 La zona mediana esterna ricalca la zona mediana esterna, con tutte le considerazioni relative. Per una nitidezza ottimale dobbiamo arrivare al diaframma 4.


Per ultimi gli angoli, soprattutto nella parte estrema dove la qualità pareggia il centro a diaframmi medio chiusi f 5,6, 8 e 11, diaframmi da utilizzare nel caso in cui l'obiettivo è utilizzato per una riproduzione di paesaggio.


In definitiva il Summicron ASPH è un ottimo obiettivo all-round, leggero e dalle prestazioni estremamente convincenti, che tuttavia richiede di essere diaframmato per un pareggio tra le zone centrali e quelle periferiche.
Ma la domanda iniziale, è meglio un Summicron o Summilux? Cerchiamo di dare una risposta. Nelle immagini che seguono è stata fatta una comparazione sul campo tra i risultati dei due obiettivi. Naturalmente il test si riferisce esclusivamente agli obiettivi utilizzati, in quanto eventuali incostanze di produzione potrebbero falsare il risultato. Da ricordare inoltre che noi andiamo ad osservare un'immagine che è un crop 100% dell'immagine prodotta da una Leica  M9. Un sensore più performante teoricamente dovrebbe aumentare il divario di resa. Ma è anche pur vero che su di una stampa fotografica, sia 30 x 45 che è all'incirca il formato nativo di un sensore da 18 Mp, e fino a un 40 x 60, non riscontreremo nessuna differenza tra gli obiettivi. Sono stati comparati i diaframmi comuni, ovvero f 2, f 2,8 e f 5,6, gli stessi che vengono utilizzati da Leica nell'esposizione dei propri test mtf presenti su tutte le schede tecniche degli obiettivi.
Naturalmente la lotta è impari, in quanto se per il Summicron l'apertura a f 2 è Tutta Apertura, il Summilux a f 2 inizia a migliorare le proprie prestazioni, in quanto vengono eliminati i raggi laterali che sono quelli più influenzati dalle aberrazioni ottiche. Non solo: abbiamo ancora una volta di mezzo circa 15 anni di sviluppo ottico.

Andiamo a visionare le fotografie, nella zona centrale, mediana centrale, mediana esterna e bordi.
Il confronto lascia indubbiamente trasparire una supremazia del Summilux FLE rispetto al Summicron ASPH. E' interessante notare come i risultati apparivano estremamente buoni se rapportati alle prove precedenti relative ai 35 mm (8 lenti e 35 lux pre-asph), mentre  un confronto diretto fa emergere prepotentemente la qualità del 35 FLE. (A onor del vero questo ultimo ha fatto un viaggio in Germania per essere calibrato, per cui potrebbe risultare perfettamente a punto!).

Prima di pensare di correre a permutare il nostro Summicron, proviamo a ricordiamo  se nelle nostre fotografie abbiamo notato delle pecche; l'immagine reale è sempre diversa dalle immagini dei test, che sono impietosi e sono dei crop 100% che corrispondono a stampe di misura superiore al metro: quando l'abbiamo mai fatte? Quando mai siamo andate ad osservarle da 20 cm.? La vita reale è sempre diversa dai test.
Teniamo sempre presente (al di là di quello che dice la pubblicità)  che il momento di cambiare attrezzatura arriva quando ci si accorge che con quella che abbiamo non si riesce a raggiungere un risultato prefissato, ma dobbiamo proprio impegnarci per raggiungere un limite tecnico di un obiettivo Leica!

Un'ultima curiosità. Sinceramente sono rimasto un pò perplesso per la differenza di resa tra il summicron e il summilux soprattutto a f 2. E mi sono ricordato delle grandi possibilità che il software ci offre. Da quando era in bundle con la M8 ho imparato ad usare Capture One, che ha diverse possibilità sull'ottimizzazione della niditezza delle immagini. Allora ho affiancato due zone di immagini, poi a quella del summicron ho applicato 19 punti di struttura e.... miracolo. La sensazione di nitidezza delle due immagini si è pressochè uguagliata. E' vero che in senso assoluto un'obiettivo è meglio dell'altro, ma oggi abbiamo veramente grandi possibilità da sfruttare, ricordandosi sempre di non eccedere.


Le immagini che produce il Summicron sono comunque di prima categoria, a livello qualitativo. Vediamo alcuni esempi, scattati a aperture oscillanti da f 2 a f 5,6.


 




16 dicembre 2013

Leica Elmar 90/4 tre lenti: semplicità e qualità (anni 60)


La focale 90 mm è considerata quasi un limite per la precisione del telemetro, tuttavia sin dal 1931 è stata un'ottica  subito  presente nel catalogo Leica, prima quello a vite e poi sia a baionetta che reflex; anzi, molto spesso i sistemi M e R si sono scambiati gli schemi ottici in questa lunghezza focale. 
Il primo 90 millimetri con luminosità f. 4, denominato Elmar, risale al 1931, il cui schema ottico rimase invariato per molti anni, pur cambiando la struttura del barilotto. Nel 1946, finita la guerra, l'obiettivo ricevette il trattamento antiriflesso, che fino a quel momento era ritenuto segreto militare. 
Uno straordinario Elmar telescopico venne costruito dal 1954 al 1968, al fine di rendere compatta questa focale. E' interessante pensare come Leitz, che della precisione ha sempre fatto un vanto, sia riuscita a rispettare le strette tolleranze meccaniche richieste dai propri standard, pur rendendo mobile la struttura meccanicha di un obiettivo. L'Elmar venne prima affiancato e poi sostituito dall'Elmarit, più aperto di 1 diaframma. Successivamente l'apertura focale f 4 venne ripresa per corredare la Leica CL di un tele compatto, l'Elmar-C che venne prodotto dal 1973 al 1977. Ultimamente nel 2004 un Elmar 90/4 macro a struttura rientrante  è stato nuovamente introdotto nel sistema M, per aprire un campo fino ad ora precluso; tuttavia con l'introduzione della M con live view appare leggermente anacronistico, visto che si possono montare l'ottimo 60/2,8 elmarit R e il favoloso 100/2,8 apo, anche se con ingombri diversi.
L'ultima versione, che poi è quella che ci occuperemo in questo post, venne ridisegnata nello schema ottico nel 1964 e commercializzato fino al 1968 (van Hasbroeck), anche se i numeri di serie datano l'ottica negli anni 1962 -1965 (Puts).
Grazie a nuove tipologie di vetro disponibile, lo schema ottico venne ridotto da quattro a tre lenti. Questo permise sia un contenimento dei costi, che una migliore resa nel contrasto e resistenza al flare (in controluce pieno non vi sono riflessi parassiti, metre la luce soffusa angolata crea una vistosa perdita di contrasto).
L'obiettivo inoltre è estemamente buono anche a distanza ravvicinata. Qui acanto abbiamo una fotografia di bambola ripresa a tutta apertura, mente qui sono un crop 100% della parte medio/dell'immagine.
Forse non è comunque un dato che ci deve sorprendere, in quanto essendo un obiettivo con la messa a fuoco limitata ad un metro e con luminosità limitata ha reso più facile il calcolo ottico, con meno aberrazioni da correggere, soprattutto nel campo ravvicinato, ove obiettivi moderni richiedono lenti flottanti per migliorare le prestazioni. Ricordiamoci sempre che si tratta di uno schema ottico di ben 50 anni fa, anche se progettato dal grande Walter Mandler.

Nel particolare possiamo andare ad osservare la finezza di resa nel tessuto della bambola, finezza accentuata anche dal macrocontrasto di cui l'obiettivo è molto dotato, come tutti gli schemi elmar.
Prodotto in 5000-6000 esemplari in un periodo di 4 anni, con 500 circa in montatura a vite (al momento della sua introduzione siamo alla fine del periodo della leica a vite, con l'ultimo modello IIIG), è abbastanza ricercato, e fino a pochi anni fa era molto quotato sul mercato. Oggi si riesce a trovare anche a prezzi ragionevoli, per un obiettivo di oltre 50 anni. E interessante notare come un obiettivo nato per proporre alla clientela un oggetto dal costo più ridotto, sia in acquisto sia in produzione, alla fine sia diventato un oggetto da collezione molto ambito.
Molto leggero (300 gr), ha una doppia scala dei diaframmi, incise simmetricamente opposte, in quanto questa ruota con la messa a fuoco; la sua struttura può pertanto creare dei problemi di messa a fuoco, in quanto cambiare il diaframma dopo aver fuocheggiato fa rischiare la perdita del punto di fuoco; è pertanto consigliabile prima impostare il diaframma e poi fuocheggiare.
Splendidamente costruito, snello, ha la testa svitabile e montabile sul Visoflex.
Pur essendo una lente particolare non si trova molta documentazione a riguardo, anche per l'esiguo tempo di presenza sul mercato.
Nell'immagine che segue possiamo vedere quella che era l'offerta Leitz per la M2, con obiettivi che spaziavano dal 28 al 90, con luminosità da 1,4 a 4 proprio dell'Elmar.
La resa non ha nulla da invidiare alle lenti attuali. Già a tutta apertura la resa è molto buona, e migliora a f.5,6 e f.8, mentre, almeno con il sensore digitale, a f.11 la diffrazione inizia a farsi sentire erodendo il microcontrasto. Il macrocontrasto è sempre brillante, anche in relazione alle poche superfici aria vetro che compongono l'obiettivo. Solo negli angoli si nota, al 100% di ingrandimento, un calo di qualità, ma non su immagini stampate 30x45.
Il 90 mm è sempre stato considerato l'obiettivo deputato al ritratto, in quanto il rapporto di riproduzione del volto  in relazione alla lunghezza focale rende la resa dello stesso molto naturale. Tuttavia l'Elmar, per il suo intriseco schema ottico, rimane abbastanza secco nella resa, quando nel ritratto è richiesta molto spesso una resa morbida. E' comunque un piacere montare questa vecchia ottica su una moderna leica M!
I grafici MTF a tutta apertura mostrano un contrasto elevato, con un microcontrasto medio alto su quasi tutto il fotogramma, anche se si evidenzia uno scivolamento verso i bordi. (Grafici MTF: E.Puts)

A  f. 5,6 il microcontrasto si innalza su tutto il fotogramma, e sparisce anche la lieve vignettatura ai bordi. E' un'obiettivo che ovunque si piazzi il soggetto questo non viene penalizzato dalla resa, soprattutto ai diaframmi intermedi.
Al centro la qualità è buona anche a f 4 ma chiudendo il diaframma si ha un innalzamento dei dettagli fino a  circa f 11, dove la diffrazione inizia a farsi a sentire, pur chiudendo l'obiettivo fino a f 32.

Nella zona medio centrale possiamo verificare un comportamento simile al centro con la qualità migliore espressa a f 8 f 11

Nella zona mediana esterna si ripete la condizione della zona più interna.

Negli angoli il microdettaglio tarda a salire, e sono a f 11 la qualità è parificata al centro, dove tuttavia la diffrazione inizia ad erodere i particolari. Naturalmente questo comportamento lo possiamo denotare esclusivamente su un soggetto piano, mentre nei soggetti reali, in cui gli angoli estemi molto spesso sono occupati dal cielo nel paesaggio, o nello sfuocato nel ritratto, il problema non sussiste.


La luminosità spesso è stata confusa con la qualità. In realtà più gli obiettivi sono luminosi e più gli schemi ottici devono essere complessi per un innalzamento della qualità, spesso non proporzionale al prezzo richiesto per l'oggetto. Schemi ottici semplici, in cui non devono essere utilizzate grandi lenti e grandi curvature, è molto più semplice ottenere una qualità elevata. 
Tutto questo discorso per introdurre un confronto apparentemente impari: 40 anni di distanza separano il 90 Elmar f. 4 III lenti con il 90 APO-Summcron M. Diciamolo subito: l'APO Summicron è superiore, ma il test è lo stesso interessante nei risultati.
Il soggetto un cipresso ricco di dettagli. Distanza intorno a 10 metri. Diaframma 8. Il confronto è sorprendente: al centro gli obiettivi sono sostanzialmente indentici (abbiamo una migliore cristallinità dell'APO) mente ai bordi, soprattutto agli angoli estremi, i 40 anni di progettazione si fanno sentire, ma non in maniera così evidente: in effetti state osservando un crop 100% del video, ovvero un ingrandimento di circa un metro per un metro e mezzo. 

Un obiettivo progettato 50 anni fa, ma ancora oggi straordinariamente utilizzabile in maniera oltremodo soddisfacente, almeno con sensori fino a 18 mp. Prove con sensori più affollati (24/36 mp) andranno fatte, sicuramente con un incremento del gap tra obiettivi anziani e moderni, ma comunque non bisogna scordare che 18 mp sono sufficienti a stampare un 30x45 a 300 dpi, con una qualità eccellente.

Vediamo ora qualche foto sul campo del nostro Elmar 90/4 tre lenti. Un grazie a Matteo per avermi dato l'opportunità di testare l'obiettivo.